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LA LETTERATURA - I SECOLI DELLA LETTERATURA VENETA

Prima di Venezia | L'altomedioevo | Il Duecento | Il Trecento | Il Quattrocento
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L'Ottocento 

Da dominante a dominata.- Il 12 maggio 1797 Venezia cessa di esistere come stato indipendente. Dal quel momento sopravvive a se stessa nel triste ricordo di un passato glorioso. Subitaneo fu il tracollo delle attività in tutti i campi della cul­tura, nella pittura, in letteratura e nella musica. La scarsa produzione culturale si municipalizzò, emerse il vernacolo, pallida imitazione della sfolgorante parlata dialettale goldoniana e persino la pronuncia del dialetto subì un degrado.

La storiografia.- Dei tre generi più consentanei alla cultura veneziana che nei secoli precedenti avevano dato i migliori prodotti, cioè la storiografia, il teatro e il giornali­smo, l’unico che si mantenne ad un buon livello in quegli anni di crisi fu la storiografia, con una produzione quantitativamente consistente e qualitativamente di grande di­gnità, che certo fiorisce anche a celebrare il misero orgoglio del tempo che fu, ma non solo per questo. L’abate Gian­nantonio Moschini pubblica tra il 1806 e il 1808 una Storia della letteratura vene­ziana nel secolo.XVIII, Venezia, Palese, 1806-1808, che sia pure in maniera spesso arruffata e farraginosa ci dà un quadro completo e molto dettagliato della vita culturale ve­neziana nel Settecento: infatti per letteratura egli mostra di intendere molto di più di quello che oggi intendiamo per essa e ne fa quasi come un sinonimo di cultura.

Ma l’evento che mise in moto un processo di indagine storica, ma anche di interpretazione di essa in chiave politica, fu la pubblicazione nell’anno 1819 del libro di uno storico fran­cese, Pierre-Antoine Daru, Histoire de la République de Ve­nise, 7 voll. Parigi, Didot (2 ed. in 8 voll. 1821), tradotta in italiano da Aurelio Bianchi-Giovini, dove si sviluppa l’immagine menzognera di una Venezia retta da un regime cupo e oppressivo, sulla quale si allineerà non molta storiografia dell’Ottocento; basti pensare al Conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni. Replicarono al Daru Giando­menico Ermolao II Tiepolo coi Discorsi sulla storia veneta, cioè rettificazioni di alcuni equivoci riscontrati nella Storia di Venezia del signor Daru, voll. 2, Udine 1828. Anche Foscolo, fingendo di recensire una inesistente seconda edizione delle Memorie ve­nete del Gallicciolli, scrisse in risposta al Daru il suo ultimo lavoro, la Storia delle Costituzione democratica di Venezia, che pubblicò in lingua inglese (fu tradotto da Sarah Austin) sul numero del giugno 1827 dell’”Edimburg Review”, apparsa nell’agosto poco più di un mese prima della sua morte.

Il giornalismo.- Il giornalismo era affidato alle flebili cure di un Locatelli, direttore della “Gazzetta Veneta” o, anche in questo campo come in altri, a quelle più valide, ma non certo dal punto di vista imprenditoriale, di Luigi Carrer (1801-1851) [1]  che peraltro è da considerarsi la personalità di livello culturale più elevato a Venezia della prima metà del secolo per la varietà e la vastità dei suoi interventi negli ambiti più diversi dal teatro al giornalismo, dall’editoria alla critica letteraria, dalla filologia alla poesia. Le nuove idee romantiche faticarono notevolmente a penetrare e ad affer­marsi [2]  a Venezia e nel Veneto ma trovarono l’unica eccezione in Luigi Carrer, che le recepì e diffuse.

Il teatro.- Anche il teatro non dava esiti molto esaltanti. Le personalità di maggiore rilievo, giustamente ricordate anche dalla manuali­stica nazionale, Francesco Augusto Bon (1788-1858) e, anche qui, Luigi Carrer, che non limitò la sua attività al campo teatrale, è da ricordare in questo campo soprattutto come improvvisatore di tragedie molto applaudite non solo in teatro ma anche in pubbliche accademie, anche se abbandonò presto questo genere di produzione per dedicarsi ad una produzione più meditata.

Francesco Augusto Bon, di famiglia patrizia, era uomo di teatro a pieno titolo, attore, autore e capocomico. E’ rimasto famoso per la sua trilogia del Ludro, Ludro e la sua gran giornata (1832), Il matrimonio di Ludro (1836), La vecchiaia di Ludro (1837), con cui restiamo nell’alveo della tradizione goldoniana, in particolare con la prima delle tre, Ludro e la sua gran giornata. Altri comme­diografi di rispettabile livello sono ancora da ricor­dare il padovano Antonio Simeone Sografi (1759 - 1818) [3] , Luigi Duse (1792-1854), chioggiotto che scrisse l’eccellente libretto della Lucia di Lammermoor musicato da Gaetano Donizetti.

La poesia.- Naturalmente ancor più nel campo della poesia lirica assistiamo al ripiegarsi del­l’anima della città in composizioni per lo più vernacole di modestissimo livello, malgrado la generosità dei sentimenti dei loro autori. Venezia e il Veneto rimangono appartati, tagliati fuori dal flusso delle nuove idee e delle stesse mode culturali e letterarie

La maggior parte dei versi di Jacopo Vincenzo Foscarini, che fu vicedirettore del Museo Correr, si conserva inedita nell’Archivio di quel museo. Risulta di livello sensibilmente più modesto la produzione di Camillo Nalin (1788-1859); Nalin non è un poeta. E’ rimasto celebre tra i veneziani fino a qualche decennio fa il suo scurrile Elogio scatologico, non privo, bisogna riconoscere, di una certa sua garbata disinvoltura, mal­grado l’argomento certo inopportuno. L’unico nome di rilievo che si sia in grado di annoverare nel campo della poesia lirica e della letteratura in genere è quello già più volte citato di Luigi Carrer.

L’intesa vita culturale in Terraferma.- Nonostante la grave decadenza, o forse proprio per questo, gli scrittori veneti guardano a Venezia con intensa passione: Venezia, rievocando un passato glorioso, è il segno distintivo di essere veneti, nel momento in cui l’amore per la nuova patria, l’Italia, occupa le loro coscienze: riassume bene questo stato d’animo l’inizio delle Confessioni di un Italiano di Ippolito Nievo: “Io nacqui veneziano … e morrò per la grazia di Dio italiano”. E vanno quindi ricordati fra gli scrittori veneti del secolo dell’Unità nazionale, il trevigiano di Mansué Francesco Dall’Ongaro (1808-1873) [4] , docente di letteratura nell’Università dapprima di Firenze e poi di Napoli, autore di versi in dialetto e in lingua e di opere storiche e teatrali fra cui è celebre Il fornaretto di Venezia (1855), un vicentino di Schio come Arnaldo Fusinato (1817-1888) [5] , autore di versi satirici e patriottici, caratterizzati da una vena fluida e briosa, non priva di venature malinconiche, reso celebre dalla sua lirica Le ultime ore di Venezia, o un Antonio Francesco Falconetti, che nel 1830 a Venezia pubblicava i suoi tre romanzi ambientati a Venezia, Irene Delfino, La villa di S. Giuliano e La naufraga di Mala­mocco.

Questi sono tutti portatori di una nuova mentalità, dove il rimpianto per la perduta sovranità dello stato veneto lascia il posto all’animoso patriottismo per la nuova patria, l’Italia. In particolare Dall’Ongaro e Fusinato nati uno, Dall’Ongaro, nel 1808 e l’altro nel ’17, che arrivano alla metà del secolo e quindi all’insurrezione del ’48, già adulti e acculturati, e inoltre conducono la loro esistenza per lo più fuori di Venezia, mantenendo con la città lagunare, che in qualche modo essi considerano madre patria, un legame fatto di affettuosi ricordi e nostalgie.

Una personalità emerge tra le altre, ed è Ippolito Nievo [6] , uno dei maggiori scrittori italiani dell'Ottocento, nato a Padova nel 1831 e morto nel 1861 a soli trent'anni, disperso nel Mar Tirreno a seguito del naufragio della nave Ercole. Scrisse anche Versi, Novelle campagno­le, e due romanzi Angelo di bontà (1855) e Il conte pecoraio (1857), ma il suo capolavoro è il romanzo Le confessioni di un italiano, scritto di getto tra il 1857 e '58 e pubblicato po­stumo nel 1867 senza nessuna revisione col titolo Confessioni di un ottuagenario. Narra gli avvenimenti accaduti fra il tramonto della Repubblica di Venezia e il 1856 attraverso le vi­cende del protagonista Carlo Altoviti. Particolarmente conosciuta è la prima parte che parla dell'amore adolescenziale di Carlo e della Pisana. Un altro scrittore dell'Ottocento da non dimenticare è Arnaldo Fusinato, nato a Schio, in provincia di Vicenza, nel 1817 e morto nel 1888, che scrisse versi sentimentali e poesie satiriche, spesso di ispirazione patriottica, e un altro ancora è Niccolo Tommaseo (1802-1874), nato a Sebenico in Dalmazia.

Quanto al dalmata Niccolò Tommaseo (1802-1874), che di Luigi Carrer fu compagno di studi all’Università di Padova dove ambedue studiavano legge e si laurearono nello stesso anno (1822), la sua decennale permanenza a Venezia, dal 1839 al 1849, fu ricca di stimoli: in quegli anni egli pubblicò o ripubblicò nume­rose opere alcune delle quali presso “Il Gondoliere” di Carrer; e rimane indimenticabile la decisiva orazione pronunciata all’Ateneo Veneto la sera del 30 dicembre 1947 Sullo stato delle lettere italiane, nella quale si protestava contro le illegalità della amministrazione austriaca, che mise in moto il processo insurrezionale del ’48.

Ma particolare attenzione meritano due poeti che segnano la transizione fra l’età del Romanticismo [7]  e quella successiva del Decadentismo e sono entrambi veneti, il veronese Aleardo Aleardi [8]  (1812-1878) e il trentino Giovanni Prati [9]  (1814-1884), entrambi amici, compagni di studi in giurisprudenza all’Università di Padova, entrambi patrioti e perseguitati dagli austriaci: la loro poesia, languida e malinconica, rappresenta la fase estrema ed estenuata del Romanticismo italiano; essi tuttavia non presentano molti tratti localistici, e da questo punto di vista segnano un momento abbastanza importante nella evoluzione della cultura letteraria italiana, il momento di una unità di accenti e di stile anche in campo letterario. Di poco più giovane di loro fu l’abate Giacomo Zanella (1820-1888) che da loro segna un certo distacco proponendo una poesia riflessiva attenta al progresso scientifico e preoccupata di conciliarlo con la fede cristiana. Tra i suoi allevi Antonio Fogazzaro [10]  (1842-1911), e la delicata poetessa padovana Vittoria Aganoor Pompilj (1855-1910).

A Venezia a fine secolo.- Alla fine del secolo due personalità di notevole spessore rilanciano la vita culturale veneziana: uno è il sindaco poeta e deputato al Parlamento, Riccardo Selvatico (1849-1901), ideatore della Biennale. Di lui ci restano undici poesie, di cui meritatamente famose sono A Venezia e La Regata. Ma i suoi testi più validi sono le due commedie La bozeta de l'ogio rappresentata al teatro Rossini il 27 febbraio del 1871 e I recini da festa del 1876. Egli rappresentava quindi un tipo di letterato moderno, ricco di interessi, che sapeva coniugare il momento sognato e sognante della meditazione lirica con quello assiduo e attivo della pratica politica innovativa. L’altro è il commediografo Giacinto Gallina (1852-1897), portatore di tesi diverse, più fortemente conservatrici, che sulla scia di Goldoni rilancia il teatro in dialetto veneziano sce­gliendo toni per lo più popolareschi, ma patetici e languidi. Tra le sue commedie più rappre­sentate (anche al giorno d'oggi) Zente refada. Serenissima, La famegia del Santolo. Con Serenissima, soprattutto, uno dei suoi testi più commossi e più persuasivi, egli prese posizione nel dibattito concernente i destini della città, e si allineò al mito tardo romantico e decadente della morte di Venezia, accentuato negli ultimi due secoli dalla reale ed effettiva fin de la decadence, realizzando un atteggiamento improntato al conservatorismo più oltranzista.

Gli scrittori veneti e il Decadentismo.- Ma mentre la Dominante divenuta suddita mostrava ormai nel campo delle lettere tutta la sua inadeguatezza (così non si può dire nel campo della pittura dove fiorisce lo splendido impressionismo veneziano), in altri luoghi del Veneto si registrano episodi di alto valore culturale; due personalità in particolare danno con la loro opera un’impronta decisiva allo svolgimento della letteratura italiana del momento senza peraltro smentire le radici locali, di tratta di due dei massimi esponenti del Decadentismo italiano, Antonio Fogazzaro [11] , che nei suoi romanzi, sopratutto Malombra del 1981, Daniele Cortis del 1885, Piccolo mondo antico del 1895, Piccolo mondo moderno del 1900, Il Santo del 1905 e Leila del 1911, e in diversi saggi interpretò le inquietudini del Cattolicesimo non solo veneto in un momento difficile di transizione e di contrasto tra la tradizione della fede e le innovazioni della scienza in una città come Vicenza particolarmente esposta e sensibile a questo genere di problemi, e Italo Svevo (1861-1928), che viveva in una città come Trieste, crogiolo di diverse esperienze mitteleuropee, sensibile all’influenze di culture diverse dalle introspezioni di Joyce, che Svevo conobbe e frequentò durante il soggiorno di questo a Trieste, alla psicoanalisi di Freud, di cui non solo sarà esplicito interprete nel suo capolavoro La coscienza di Zeno del 1923, ma del cui pensiero aveva anticipato alcuni aspetti nelle opere precedenti, Una vita del 18892 e Senilità del 1898. Del resto la dimensione nazionale assunta in quegli anni dalla letteratura veneta tra i due secoli è confermata anche da altri autori, basti pensare per la letteratura popolare al veronese Emilio Salgari (1862-1911)

E ancora di Verona è Vittorio Betteloni (1840-1910) con atteggiamenti e movenze poetiche e psicologiche non lontane dalla scapigliatura milanese: affidato dal padre Cesare, poeta anch’esso, prima di morire suicida alla tutela di Aleardo Aleardi, si sottrasse ad essa con le raccolte In primavera, Nuovi versi, con prefazione di Carducci, Crisantemi, per mettersi sotto quella di Carducci. Fogazzaro ebbe per maestro Giacomo Zanella.


[1]  Luigi Carrer nacque a Venezia il 12 febbraio 1801 e morì il 23 dicembre 1850. Si laureò in legge a Padova nel 1822. Della sua varia produzione si parla a più riprese nel testo. Della sua attività di operatore culturale è da dire che fu insegnante al ginnasio comunale di Castelfranco nel 1822-23, assistente alla cattedra di Filosofia all’Università di Padova dal 1827 al 1830, e docente di lettere e geografia alla Scuola tecnica di Venezia dal 1842 al 1844, insegnamento che dovette abbandonare per motivi di salute. Lavorò per il tipografo editore veneziano G. Tasso e nel 1825 fu direttore della Stamperia della Minerva di Padova, appartenente al famoso editore d'allora Niccolò Bettoni. Dal 1833 iniziò le pubblicazioni del “Gondoliere, giornale di amena conversazione” di cui era anche proprietario. Fu socio effettivo e vicesegretario dell'Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, socio l'Ateneo veneto di cui fu dapprima segretario e poi vicepresidente, e nel 1846 conservatore e direttore del Museo Correr. Scrisse anche un romanzo intitolato Osanna, rimasto inedito fino ai nostri giorni, il cui manoscritto si conserva nella biblioteca del Museo Correr: l’edizione critica è stata pubblicata da Monica Giachino nel 1997 per i tipi dell’Editoriale Programma di Padova.

[2]  cfr. G. Gambarin, La polemica classico-romantica nel Veneto, in “Ateneo Veneto”, XXXV (1912), II, pp. 105-138, e XXXVI (1913), I, pp. 43-67. La tesi è sostanzialmente condivisa da Umberto Bosco, Romanticismo letterario veneto, in Storia della Civiltà Veneziana, Firenze 1979, III, pp. 279 - 287.

[3]  Secondo un cliché ripetuto lavorava presso uno studio legale a Venezia, ma preferiva dedicarsi al teatro: le sue due opere più celebri sono Le convenienze teatrali del 1792 e Le inconvenienze teatrali del 1800.

[4]  Partecipò attivamente alla difesa di Venezia nel ’48 - ’49, quindi fu aiutante di Garibaldi e deputato alla Assemblea Costituente della Repubblica Romana.

[5]  Combattente nel ’48 - ’49, autore di liriche patriottiche e di componimenti satirici, fra cui è celebre Lo studente di Padova..

[6]  cfr. M. Gorra Cecconi, Nievo fra noi, Firenze 1970; id. Nievo e Venezia, Venezia 1982.

[7]  Cfr. A. Balduino, Letteratura romantica dal Prati al Carducci, Bologna 1967.

[8]  Aleardo Aleardi ottenne una certa notorietà con le Lettere a Maria del 1846. Più tardi ebbe successo con l’idillio Raffaello e la Fornarina del 1855 e i canti Monte Circello e Le antiche città italiane marinare e commercianti del 1856.

[9]  Scrisse molte raccolte di versi, ma la sua fama resta legata al poemetto Edmenegarda del 1841. Subì le critiche dei democratici per le sue simpatie sabaude.

[10]  Cfr. C. Salinari, “Il Santo”, in Id., Miti e coscienza del Decadentismo italiano,

[11]  Da lui poi derivò tutta una linea, la linea vicentina, che animerà la cultura veneta nel secolo successivo. A Fogazzaro infatti vanno ricondotte le radici di gran parte della letteratura veneta del Novecento, non solo di quella vicentina. Il suo lungo soggiorno milanese e alcuni contatti con la Scapigliatura non modificò sostanzialmente la sua impostazione, sostanzialmente idealistica, anche se manzonianamente sensibile alle esigenze della realtà vissuta.


 

 

 



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