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LA LETTERATURA - I SECOLI DELLA LETTERATURA VENETA

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Il Novecento

Il Novecento

La mappa.- Con la fine dell’Ottocento nell’area veneta la produzione letteraria subisce una consistente trasformazione. Venezia da molto tempo ormai non ha più rispetto al Veneto la funzione egemone esercitata nel passato in campo culturale e in particolar modo nel Settecento in campo letterario: non ci sono a Venezia scrittori di rilievo; la città non offre nessuna attrattiva, se non la sua trascurata bellezza. Così certe presenze, come quelle di D’Annunzio o di Proust, di James o di Pound, hanno il valore di visite turistiche, che valgono ad alimentare l’ispirazione dei singoli artisti, ma non determinano una autentica vita culturale nella città.

L’istituzione della Biennale, voluta nel 1895 dal Sindaco poeta Riccardo Selvatico, aveva dato a Venezia qualche giovamento alle arti visive già in netta ripresa nella splendida precedente stagione dell’impressionismo veneziano, ma non stimolò altre attività culturali, e la produzione letteraria cittadina continuò a languire e si rifugiò per lo più nel dialetto, seguendo l’esempio dei due migliori epigoni di Goldoni, sopra citati, Riccardo Selvatico, appunto, e il commediografo Giacinto Gallina.

E non costituisce una eccezione l’eredità dannunziana presente in Giovanni Comisso (1895-1969), trevigiano, soprattutto nel suo primo romanzo Porto dell’amore [1]  del 1925, che esprime una sensualità forte e vitale, che si respira del resto anche nelle altre opere successive, come Capricci italiani, premio Via­reggio del 1952 e La mia casa di campagna del 1958, che è forse il suo capolavoro, perché Comisso colse proprio da D’Annunzio il senso della positiva peculiarità delle culture locali. Ed è su questa linea che si prospetta una letteratura veneta anche nel Novecento.

Così nel più vasto ambito regionale si vanno definendo delle vere e proprie “linee” con una loro continuità: una linea vicentina, per esempio, che dall’abate Giacomo Zanella (1820-1888) attraverso Antonio Fogazzaro, Eugenio Ferdinando Palmieri (1904-1968), Guido Piovene (1907-1974), Goffredo Parise (1929-1986), arriva a Mario Rigoni Stern (1921-viente) di Asiago, Luigi Meneghello (1922-vivente) e a Ferdinando Bandini (1931-vivente), o una linea triestina o più estesamente istriana, da Svevo ai poeti dialettali come il triestino Virgilio Giotti (1885-1957) o il gradense Biagio Marin (1891-1985), e per la poesia in lingua da un poeta, anch’egli triestino come Umberto Saba (1883-1957), che è tra i massimi poeti del Novecento italiano [2]  e a scrittori come Scipio Slataper (1888-1915) e Giani Stuparich (1891-1961), fino a Fulvio Tomizza (1935-1999) e a Susanna Tamaro (1957-vivente).

Il teatro in dialetto.- Ma anche chi dopo di loro ebbe una produzione un dialetto di alto livello e fortemente innovativa, come il poeta e commediografo Domenico Varagnolo [3]  (1882-1949), non trovava in città sufficiente consenso e comprensione, tant’è vero che molte opere di Varagnolo furono rappresentate ripetutamente con successo in altre città d’Italia ma ebbero in proporzione minor successo a Venezia. Maggiore successo ebbero due altri autori di teatro, che, pur non essendo veneziani, si posero sulla stessa linea di Varagnolo, realizzando una produzione in dialetto veneziano, il veronese Renato Simoni (1875-1952), autore di Tramonto del 1906 e Congedo del 1901, che scrisse anche commedie in italiano e il libretto della Turandot di Puccini, e il mantovano Gino Rocca (1891-1941), il cui capolavoro è Se no i xe mati no li volemo del 1926, cui sono da aggiungere La scorzeta de limon del 1928 e Sior Tita paron pure del 1928.

La poesia in dialetto.- Ma il dialetto non è solo teatro, è anche poesia. E anche in questo settore, al di sopra di un nutrito sottobosco di scrittori dialettali di varia levatura, ci sono i maggiori, quelli che col dialetto fanno alta poesia, e sono quasi tutti non veneziani: Berto Barbarani [4]  (1872-1945) è di Verona, Virgilio Giotti [5]  (1885-1957) triestino, Biagio Marin [6]  (1891-1985) di Grado, Giacomo Noventa [7]  (1898-1960) di Noventa di Piave (il suo vero nome era Ca’ Zorzi) e poi ancora Eugenio Ferdinando Palmieri [8]  (1903-1968) di Vicenza ed Ernesto Calzavara [9]  (1907-vivente) di Treviso. Non solo questi poeti non sono nati a Venezia e non vivono a Venezia, il che significa che non fanno parte di un milieu culturale veneziano, ma portano nel linguaggio usato, e anche in certe movenze espressive ed emotive ed in certi contenuti, i segni espliciti della specificità del loro dialetto, diversificato rispetto a quello parlato a Venezia, triestino in Giotti, gradense in Marin; Noventa, che scrisse versi in dialetto di estrema semplicità e purezza, usa una sorta di koiné veneto, pur non molto lontano del veneziano propriamente detto, e Zanzotto arriva alla elaborazione di un dialetto artificiale il petel, che sapientemente piega alle ragioni del suo poetare, e gli altri tutti usano il dialetto della loro città o paese. Solo due poeti, ancora Domenico Varagnolo ed Ugo Facco De Lagarda (1896-1982) [10] , veneziani entrambi di Venezia, quando scrivono in dialetto, scrivono in veneziano puro, ma è da considerare che i loro testi dialettali un versi pur pregevoli non hanno avuto in città il riconoscimento che avrebbero meritato.

Nel campo della poesia in lingua italiana nel Novecento domina la figura di Diego Valeri (1888-1976) [11] , autore di versi delicati, lievemente malinconici, ma aperti alla descrizione della realtà esterna e sensibili al fascino di Venezia. Della tradizione veneta Valeri assume lo stile, quello “stile medio” esaltato da Gasparo Gozzi ed evidentemente consono al carattere temperato dei veneti. E accanto a Valeri, ma così diverso e quasi opposto, Andrea Zanzotto (1921-vivente) [12] , il rappresentante della generazione successiva, ricca di volontà innovative, che spazia dalle prime composizioni in lingua (Dietro il paesaggio del 1951) sull’onda lunga dell'ermetismo alle ardite composizioni di avanguardia degli ultimi quarant’anni (Vocativo del 1957 e IX Egloghe del 1962), alla creazione di un suo linguaggio di origine dialettale (Filò), che riprendendo antiche vocazioni venete amalgama latinismi, dialettismi e perfino il “petel”, il linguaggio dei bambini in modo assolutamente originale (Il galateo in bosco del 78 e Fosfemi del 1983), e simile operazione compie Luisa Zille Cozzi (1941-1995).

Per quanto riguarda la natura di questa produzione è da rimarcare come anche negli autori più grandi, come quelli testé citati, che di diritto fanno parte del patrimonio culturale della nazione tutta e non solo del Veneto, si mostrano delle inequivocabili caratteristiche locali, ma non regionali. Il Veneto, la terra dai mille campanili, mostra nei suoi scrittori tutte le differenze di mentalità e di cultura che ne costituiscono l’intrinseca ricchezza. E questo accade anche per la letteratura in lingua: anzi sembra quasi che paradossalmente avvenga il contrario di quanto si può credere, e cioè che le differenze e le specificità emergono più facilmente e nella letteratura in lingua, soprattutto nella narrativa, che in quella in dialetto, che fatte selve le differenze linguistiche, mantiene spesso dei tratti simili.

La narrativa.- C’è un punto cruciale nella cultura letteraria veneta del Novecento, che è rappresentato dal testo teatrale di Domenico Varagnolo, L’omo che no capisse gnente del ‘26, dove -come ha chiarito Ni­cola Mangini- “il tema è incentrato sul motivo della incomprensione, della incomunicabilità”, nella “analisi psicologica che indugia sui dubbi e le inquietudini esistenziali, sulla muta angoscia” [13] . Ha agito su Varagnolo soprattutto Ibsen, ma questa posizione, che diventa prevalente nella narrativa veneta del Novecento, aveva però più remote e più autoctone radici un Fogazzaro.

Su questa linea si pone il bellunese Dino Buzzati (1906-1972), che esordì con Barnabò delle montagne nel 1933, vinse nel 1958 il premio Strega con Sessanta racconti, ma il suo capolavoro è certamente Il deserto dei Tartari del 1940; in lui è prevalente il senso del mistero e della magia del vivere, ma questa carica di irrazionalità si arricchisce delle tematiche proprie del Novecento nel quadro di una visione drammatica della esistenza. Si parte da qui per arrivare al Male oscuro (1964) di Giuseppe Berto (1914-1978) di Mogliano Veneto, il momento alto e paradigmatico di questo processo, dove attraverso il filtro della condizione psichiatrica di finisce, e lo dice anche il titolo, per mettere in di­scussione la realtà della realtà e il flusso del pensiero è posto al servizio dell’indagine psicologica sul malessere, processo che Berto aveva iniziato a sviluppare ridimensionando il senso del reale, ancora col suo primo libro Il cielo è rosso del ’47, e che si ritrova con ambientazione veneziana nella Cosa buffa del ‘66. L’intenzione psicologica infatti finisce per determinare in questi scrittori una visione della realtà che ri­sulta deformata. E un anno Il male oscuro vede la luce il fine romanzo di Alberto Ongaro (1925-vivente), Il complice, la storia di un giovane che ha imparato a curare l’apparenza più che la realtà e crea un se stesso immaginario al quale finisce per soggiacere. Quanto più realistica è la narrazione, quanto più appuntito si presenta lo scavo psicologico, tanto più si affacciano nella scrittura altri significati, quasi sempre più d'uno, che esprimono questa dimensione di incerta esistenza, di evanescenti certezze. La taverna del doge Loredan del 1980, la cui vicenda per un gioco di specchi e lo scardinamento di convenzioni narrative si svolge contemporaneamente nella Londra dei primi decenni dell’Ottocento e nella Venezia di oggi. Così in Ongaro questi altri significati prendono sempre più il sopravvento con La partita (premio Campiello 1986) per culminare con La terra degli stregoni del 1996. Un altro esempio ancora di questa tendenza è Paolo Barbaro (alias Ennio Gallo, 1922-vivente) nato a Mestrino Padovano nel quale dalla eloquente secchezza del linguaggio risalta un sovrasenso sempre aleggiante: il linguaggio diventa allusivo proprio perché di suo dice solo quello che deve e può dire; prese le mosse da un Giornale dei lavori (1966); ebbe il premio selezione Campiello nel '76 con Le pietre l'amore (1976) , pubblicò ancora Malalali (1984), Diario a due (1987) che pure ebbe il premio selezione Campiello. Lo stesso si potrebbe dire del veneziano Carlo Della Corte (1930-2001), dove il senso dell’irreale propinato con naturalezza crea effetti da realismo magico come in Di alcune comparse a Venezia del 1967 e più ancora in Cuor di padrone del 1977 dove la realtà quotidiana si dissolve nella precarietà dell’esistere, fino al crudo suo ultimo romanzo A fuoco lento del 1996; a lui tra l’altro si deve quella antologia Pulsatilla sexuata, considerato “il primo libro della fantascienza italiana” [14] , e del padovano Fernando Camon (1935-vivente) che soprattutto ne La donna dei fili (1986) riprende la linea della malattia psicologica come sintomo del disagio dell’esistenza e della civiltà. E’ un atteggiamento che non risparmia neanche una scrittrice attenta al quotidiano come Milena Milani (1922-vivente), savonese di nascita e veneziana di adozione: la incertezza della vicenda della Ragazza di nome Giulio, specie nella sua fase finale, o il senso di catastrofe imminente della Rossa di via Tadino, trasmettono questo senso di precarietà. Ma questo non significa che non rimanga una componente che più che realistica si potrebbe definire referenziale, che del resto non viene mai esclusa nemmeno Si potrebbe farla iniziare con La grande Olga di Ugo Facco De Lagarda del ‘58; e continua con testi che mutuano linguaggio e problemi dal giornalismo migliore come Stramalora di Antonio Cibotto (1925-vivente), di cui peraltro è da ricordare ancora Scanoboa del 1961 e La vaca mora del 1964 o dalla narrazione storiografica come Dorsoduro di Pier Maria Pasinetti.

Un posto a sé, nel quadro della letteratura veneta, occupa Romano Pascutto (1909-1982), che scrisse poesie in lingua e dialetto, raccolte nel volume L’acqua, la piera, la tera ed altre poesie [15] , racconti raccolti sotto il titolo, Il pretore delle baracche, e due romanzi, La lodola mattiniera e Il viaggio [16] .


[1]  Poi ristampato col titolo Al vento dell’Adriatico.

[2]  Le sue poesie si leggono nella raccolta Canzoniere la cui edizione definitiva è del 1948, seguita da due altre edizioni del ’51 e del ’61 (postuma).

[3]  Una sua commedia di grande valore culturale, Per la regola, venne rappresentata dalla compagnia di F. Benini al Teatro Apollo di Roma il 30 gennaio 1914. Domenico Varagnolo aveva in sé la capacità e la forza di sollevare il teatro veneziano al di sopra dei livelli vernacoli in cui si era collocato. Come commediografo proseguì l’opera di Giacinto Gallina, ma fu aperto alle novità culturali europee e soprattutto con la commedia L’omo che no capisse gnente del ‘26, diede gli elementi per un rinnovamento in chiave psicologica del teatro veneto. Varagnolo fu anche l’iniziatore dell’Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Biennale. Cfr. N. Mangini, Domenico Varagnolo e il teatro veneto del primo Novecento, in Alle origini del teatro moderno e altri saggi, Modena 1989, pp. 207-229; B. Rosada, Domenico Varagnolo e il suo tempo in D. Varagnolo, Sie monologhi veneziani, Venezia 1999.

[4]  Giornalista del “Gazzettino”, amico di D’Annunzio, di Ojetti, di Di Giacomo: la sua poesia è legata al senso del patetico che predomina in quegli anni e lo collega ai crepuscolari. Le sue raccolte sono El rosario del cor (1895), I pitocchi (1896), L’autunno del poeta (1937). Una silloge uscì postuma col titolo Tutte le poesie nel 1953.

[5]  Il suo vero nome era Schönbeck. Dal 1907 al 1920 fu a Firenze a contatto con la rivista “La Voce” e con gli esuli giuliani Scipio Slataper, i fratelli Stuparich, Biagio Marin.. Gran parte delle sue composizioni un dialetto sono state da lui raccolte col titolo Colori.

[6]  Visse per lo più a Trieste dove era impiegato come bibliotecario presso le Assicurazioni generali, solo nella vecchiaia tornò a Grado, sua città natale. Si era laureato in filosofia con Giovanni Gentile all’Università di Roma. Tutte le sue poesie estremamente delicate e tristi (specie dopo la morte del figlio) sono state pubblicate in due volumi col titolo I canti de l’isola.

[7]  Fece l’Università a Torino, dove conobbe Piero Gobetti e gli fu amico. Dopo aver trascorso parecchio tempo all’estero si stabilì a Firenze dove con Alberto Carocci fondò “La Riforma letteraria” una rivista coraggiosamente polemica nei confronti della vita culturale di quegli anni. Scrisse molte opere di saggistica tra cui Nulla di nuovo e I calzoni di Beethoven, uscito postumo nel 1965. Le sue poesie in dialetto sono state pubblicate nel 1975 col titolo Versi e poesie.

[8]  Visse a Rovigo e poi a Bologna. Scrisse una decina di commedie in dialetto, delle quali la più nota si intitola I lazzaroni del 1935. Critico teatrale e cinematografico di quotidiani e settimanali accolse poi le sue critiche in volumi. I suoi versi sono stati pubblicati nel 1950 col titolo Poesie.

[9]  Vive a Milano dove ha fatto l’avvocato. Nel 1950 ha pubblicato un testo trevigiano del Trecento, El planto de la Verzene Maria di Fra Enselmino da Montebelluna. Ha pubblicato otto libri di poesie in dialetto, l’ultimo Rio terà dei pensieri all’età di ottantanove anni.

[10]  Scrittore estroso e versatile, autore di romanzi di successo, come Il commissario Pepe e La grande Olga. Per un approccio al suo mondo lirico Poesie scelte (1918-1978), Venezia 1979. Per la critica cfr. AAVV, Ugo Facco De Lagarda 1896-1982. La vocazione inquieta di uno scrittore veneziano, a cura di A. Scarsella, Venezia 1999.

[11]  AAVV, Omaggio a Diego Valeri, a cura di Ugo Fasolo, Firenze 1979. AAVV, L'opera di Diego Valeri, a cura di G. Manghetti, Piove di Sacco, 1998. B. ROSADA, Diego Valeri, in Profili veneziani del novecento, I, pp. 83-106.

[12]  “Il migliore di poeti italiani nati in questo secolo” lo ha definito Gianfranco Contini.

[13]  N. MANGINI, Alle origini del teatro moderno e altri saggi, Modena 1989, pp. 221-222.

[14]  In questo clima si incontrano autori più legati alla produzione fantascientifica, che nel Veneto ha trovato ottime firme (ma il termine "fantascienza" è inadeguato e rischia di ingenerare equivoci), come Gustavo Gasparini, Ivo Prandin, Sandro Sandrelli.

[15]  A c. di A. Daniele, Venezia 1994; a c. di

[16]  Pubblicati in un unico volume a c. di Saveria Chemotti, Venezia 1996.


 

 



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